037 - Equipe 84 - Stereoequipe

 

Casa discografica: Dischi Ricordi
Anno: 1968
Produttore: Maurizio Vandelli, Pier Farri
Regione: Emilia-Romagna

Dopo aver dominato le classifiche e incarnato l'anima più nobile del Beat italiano, l'Equipe 84 torna in studio e decide di cambiare per sempre le regole del gioco. Come suggerisce il titolo stesso, Stereoequipe entra nella storia per un primato tecnico assoluto: è tra i primi 33 giri italiani a essere pubblicato esclusivamente in versione stereofonica (non a caso il numero di catalogo, SMRL 6060, porta la "S" di stereo — uscì in contemporanea con Tango di Milva e Superbobby di Bobby Solo.

Se Sgt. Pepper's dei Beatles e Pet Sounds dei Beach Boys avevano dimostrato che lo studio di registrazione poteva diventare uno strumento musicale a tutti gli effetti, Maurizio Vandelli (che qui suona anche sitar, mellotron, piano, organo e flauto, oltre alla voce e alla chitarra) applica questa lezione in Italia, affiancato dal fonico Valter Patergnani. Il suono smette di essere quello di una band che suona dal vivo in una stanza e si riempie di effetti, panning vertiginosi da un canale all'altro, echi, sovraincisioni orchestrali e tastiere avvolgenti. Il Beat cede ufficialmente il passo al Pop Psichedelico — al punto che la critica retrospettiva considera oggi Stereoequipe uno dei primissimi concept album italiana, insieme al coevo Tutti morimmo a stento di Fabrizio De André, uscito lo stesso anno: non si tratta in realtà di un primato veritiero (i primi due concept italiani sono in realtà entrambi del 1963: Diario di una sedicenne di Donatella Moretti e Canzoni di una coppia di Margot) -  ma qui per la prima volta le canzoni sono profondamente legate da interventi orchestrali , non solo da un "concetto", che fanno da filo conduttore in tutto l'album.

La scaletta è magistrale. Su tutte svetta il capolavoro Nel cuore, nell'anima, brano cucito su misura per loro da un giovane Lucio Battisti su testo di Mogol: un arrangiamento orchestrale maestoso e sognante — con quel quartetto d'archi che ricorda da vicino Eleanor Rigby dei Beatles — che lo stesso Battisti reinciderà l'anno successivo. L'altro colpo da maestro, Un angelo blu, arrivò come terzo singolo del 1968: un adattamento italiano (testo di Mogol) di I Can't Let Maggie Go degli inglesi Honeybus, impreziosito da un iconico intro di oboe — uno dei brani del lato B interamente inediti, mai apparsi prima su 45 giri.

Il resto dell'album abbandona le rassicuranti trame beat per esplorare territori più complessi e maturi: Nel ristorante di Alice, 29 settembre (con l'uso pionieristico di stralci di giornale radio), Un anno (cover di No Face, No Name and Number dei Traffic), È dall'amore che nasce l'uomo e Per un attimo di tempo (entrambe scritte in realtà da un ancora sconosciuto Francesco Guccini, ma accreditate a Vandelli perché Guccini non era iscritto alla SIAE), Tutto è solo colore, Hey ragazzo e Nella terra dei sogni — un insieme che riflette perfettamente le inquietudini e le dilatazioni sonore del 1968, ben rappresentate anche dall'iconica e coloratissima copertina del vinile, in piena estetica flower power.

Perché è fondamentale?
Perché segna l'ingresso della discografia italiana nell'era della modernità tecnica e del pop psichedelico. Stereoequipe si sbarazza definitivamente l'ingenuità del "complesso beat" e spalanca le porte alla concezione dell'album come opera da studio complessa, stratificata e ambiziosa, gettando i primissimi semi per quello che diventerà il rock progressivo degli anni Settanta.