042 - Equipe 84 - Stereoequipe

 

Casa discografica: Dischi Ricordi
Anno: 1968
Produttore: Maurizio Vandelli, Pier Farri
Regione: Emilia-Romagna

Dopo aver dominato le classifiche e incarnato l'anima più nobile del Beat italiano, l'Equipe 84 torna in studio e decide di cambiare le regole del gioco. Come suggerisce il titolo stesso, Stereoequipe entra nella storia per un primato tecnico assoluto: è tra i primi 33 giri italiani a essere pubblicato esclusivamente in versione stereofonica (non a caso il numero di catalogo, SMRL 6060, porta la "S" di stereo — uscì in contemporanea con Tango di Milva e Superbobby di Bobby Solo.

Se Sgt. Pepper's dei Beatles e Pet Sounds dei Beach Boys avevano dimostrato che lo studio di registrazione poteva diventare uno strumento musicale a tutti gli effetti, Maurizio Vandelli (che qui suona anche sitar, piano, organo e flauto, oltre alla voce e alla chitarra) applica questa lezione in Italia, affiancato dal fonico Valter Patergnani. Il suono smette di essere quello di una band che suona dal vivo in una stanza e si riempie di effetti, panning vertiginosi da un canale all'altro, echi, sovraincisioni orchestrali e tastiere avvolgenti. Il Beat cede ufficialmente il passo al Pop Psichedelico (in particolare nelle canzoni Ladro e Tutto è solo colore).

Numerose canzoni portano la firma di Mogol (testi) e Lucio Battisti (musiche) come il brano d'apertura Nel cuore, nell'anima. Qui l'arrangiamento è orchestrale e maestoso - con quel quartetto d'archi di musicisti della Scala che ricorda da vicino Eleanor Rigby dei Beatles - che lo stesso Battisti reinciderà l'anno successivo. Degli stessi autori è anche Ladro - con un ritmo incalzante accompagnato da percussioni indiane e sitar - la celebre e battistiana 29 settembre e Hey ragazzo.  L'altro colpo da maestro, Un angelo blu, arrivò come terzo singolo del 1968: un adattamento italiano (testo di Mogol) di I Can't Let Maggie Go degli inglesi Honeybus, impreziosito da un iconico intro di oboe che dà uno stile cameristico e vittoriano alla canzone. 

L'altro importante autore di brani è Francesco Guccini che compone È dall'amore che nasce l'uomo e la visionaria Per un attimo di tempo (ma entrambe sono accreditate a Vandelli perché Guccini non era ancora iscritto alla SIAE). Qui il gusto si fa più folk e abbandona momentaneamente le orchestrazioni del pop psichedelico. 

Il resto dell'album abbandona le rassicuranti trame beat per esplorare territori più complessi e maturi: Nel ristorante di Alice (che inaugura nel disco il piano beatlesiano alla Penny Lane suonato con accordi secchi in battere), Un anno (cover di No Face, No Name and Number dei Traffic), Tutto è solo colore (maestosa, sospesa, eterea con incursioni di sitar e con un finale inaspettatamente elettronico) e Nella terra dei sogni — un insieme che riflette perfettamente le inquietudini e le dilatazioni sonore del 1968, ben rappresentate anche dall'iconica e coloratissima copertina del vinile (opera di Mario Schifano).

Perché è fondamentale?
Perché segna l'ingresso della discografia italiana nell'era della modernità tecnica e del pop psichedelico. Stereoequipe si sbarazza definitivamente dell'idea di ingenuità del "complesso beat" e spalanca le porte alla concezione dell'album come opera da studio complessa, stratificata e ambiziosa, gettando i primissimi semi per quello che diventerà il rock progressivo degli anni Settanta.

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