040 - Fabrizio de Andrè - Tutti morimmo a stento
Casa discografica: Bluebell Records
Anno: 1968
Produttori: Gian Franco Reverberi e Andrea Malcotti (orchestrazione e direzione di Gian Piero Reverberi)
Regione: Liguria
Registrato nell'agosto 1968 agli studi RCA di Roma e pubblicato a novembre, Tutti morimmo a stento non è solo il secondo lavoro sulla lunga distanza di Fabrizio De André, ma viene spesso - e erroneamente - considerato assieme a Senza orario senza bandiera dei New Trolls il primo concept album della musica italiana. Se filologicamente i primi concept italiani risalgono al 1963, questa registrazione è senz'altro il primo caso di "album-opera" da ascoltare dall'inizio alla fine e le cui canzoni non possono essere estrapolate dal contesto. Il cantautore genovese e il maestro Gian Piero Reverberi costruiscono una narrazione organica, scura e magniloquente, sorretta per intero dagli arrangiamenti sinfonici dell'Orchestra Philarmonia di Roma e dal coro Pietro Carapellucci.
Il filo rosso che unisce ininterrottamente i solchi del vinile è il tema della morte, fisica o psicologica, vissuta attraverso le vicende di figure solitarie, emarginati e sopravvissuti a un'esistenza crudele. La matrice letteraria è altissima e permea ogni strofa del disco: l'angosciante Cantico dei drogati prende le mosse da una poesia dell'amico Riccardo Mannerini, mentre l'epica e spietata La ballata degli impiccati (scritta con Giuseppe Bentivoglio) guarda in modo inequivocabile all'opera del poeta maledetto francese François Villon (Ballade des pendus).
Attraverso capolavori assoluti come l'apocalittica filastrocca antimilitarista di Girotondo, l'eleganza crepuscolare di Inverno e la tragica perdita dell'innocenza narrata ne La leggenda di Natale (esplicitamente "da un'idea di Georges Brassens", come riportava l'etichetta originale), De André disegna un affresco dove non c'è salvezza terrena per le anime perse, ma solo un'infinita pietas. I cori e gli intermezzi orchestrali legano i brani l'uno all'altro, trasformando l'ascolto in un'esperienza immersiva dall'inizio alla fine — al punto che, l'anno successivo, il produttore Antonio Casetta tentò addirittura di realizzarne una versione interamente in lingua inglese per il mercato americano, facendo reincidere a De André tutte le parti vocali: il progetto fu poi abbandonato e l'unica copia di prova sopravvissuta è riemersa solo nel 2007, nelle mani di un collezionista statunitense che la custodiva da quasi quarant'anni.
