179 - Franco Battiato - L'era del cinghiale bianco

Casa discografica: EMI Italiana
Anno: 1979
Produttore: Angelo Carrara
Regione: Sicilia

Nono album di Franco Battiato, L’era del cinghiale bianco rappresenta una delle svolte più radicali della musica italiana degli anni Settanta. Dopo una lunga stagione dedicata all’elettronica, alla musica d’avanguardia e alla ricerca contemporanea, culminata con L’Egitto prima delle sabbie nel 1978, Battiato torna alla forma della canzone e passa dalla Ricordi alla EMI. Ma non si tratta di un semplice ritorno al pop: l’artista trasferisce nella canzone tutto ciò che aveva accumulato negli anni precedenti, trasformando melodie accessibili in un contenitore per filosofia, spiritualità, esoterismo, orientalismo e citazioni letterarie.

Il titolo stesso indica la direzione del disco. Il cinghiale bianco deriva dalla simbologia celtica e, attraverso la lettura di René Guénon, diventa l’immagine di un’epoca perduta di conoscenza spirituale, contrapposta all’“era dell’orso” dominata dalla materia e dal potere. La title track mette così insieme riferimenti esoterici, immagini enigmatiche e un ritornello immediato, creando una contraddizione che diventerà tipicamente battiatesca: testi difficili e stratificati inseriti dentro una musica sorprendentemente comunicativa. Non è ancora il Battiato ironico e popolare di La voce del padrone, ma ne contiene già tutti i semi.

Il resto dell’album sviluppa la stessa idea attraverso sette brani molto diversi. Magic Shop osserva con ironia il consumismo e la trasformazione della spiritualità in merce, mentre Strade dell’est porta nella musica suggestioni orientali e immagini di viaggio. Luna indiana, quasi interamente strumentale, parte come un notturno pianistico e si apre progressivamente all’elettronica; Il re del mondo torna invece alla dimensione filosofica e spirituale. Pasqua etiope accentua il carattere rituale ed esotico della ricerca, mentre Stranizza d’amuri chiude il disco con una scelta destinata a diventare fondamentale: il dialetto siciliano, utilizzato per raccontare l’amore e la nostalgia attraverso una lingua intima e musicale.

Anche il suono rende evidente la trasformazione. La prima versione dell’album, giudicata insoddisfacente dalla EMI, era molto più povera di basso e batteria; per la versione definitiva vengono coinvolti Tullio De Piscopo e Julius Farmer, insieme ad Alberto Radius alla chitarra, Giusto Pio al violino e Roberto Colombo e Antonio Ballista alle tastiere. Gli arrangiamenti di Battiato e Pio costruiscono così un equilibrio insolito fra new wave, pop, rock, elettronica e musica colta, con il violino di Pio spesso in primo piano e la sezione ritmica di De Piscopo e Farmer a dare alle composizioni quella fisicità che mancava alle prime registrazioni. La testimonianza di Alberto Radius conferma quanto fu particolare il lavoro di ricostruzione delle basi del disco.

La vera novità, però, sta nel modo in cui Battiato rende compatibili due mondi apparentemente inconciliabili. Da una parte ci sono le ritmiche moderne e nervose, vicine alla new wave che nel 1979 sta cambiando il rock europeo; dall’altra rimangono la musica orientale, il violino classico, il pianoforte, la spiritualità e la ricerca filosofica. Il disco si basta infatti su questa capacità di fondere ritmiche moderne, suggestioni classiche ed esotiche in una forma pop completamente inedita per l’Italia. È un disco che sembra provenire contemporaneamente dal passato e dal futuro.

All’epoca L’era del cinghiale bianco non ottiene ancora il successo che arriverà con Patriots e soprattutto con La voce del padrone: le vendite sono lontane da quelle dei suoi futuri capolavori. Ma proprio per questo il disco assume un’importanza particolare nella sua carriera. È lo spartiacque che rende possibile la fase successiva, quella in cui Battiato riuscirà a diventare popolare senza abbandonare la propria identità intellettuale.

Perché è fondamentale?
Perché segna la trasformazione definitiva di Battiato da sperimentatore d’avanguardia a autore capace di portare la ricerca colta dentro la canzone pop. L’era del cinghiale bianco crea così il linguaggio che nei due anni successivi esploderà con Patriots e La voce del padrone: melodie immediate, ritmi moderni, ironia, spiritualità e testi intellettuali senza precedenti nella musica pop italiana.

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