039 - Le Stelle di Mario Schifano - Dedicato a...
Casa discografica: BDS
Anno: 1967
Produttore: Ettore Rosboch
Regione: Lazio
Pubblicato nel novembre del 1967, Dedicato a… è uno degli esperimenti più radicali e anomali della musica italiana degli anni Sessanta. Il progetto nasce dall’incontro tra Mario Schifano, pittore tra i protagonisti della Pop Art italiana, e un gruppo di musicisti che l’artista trasforma in parte integrante della propria ricerca visiva e performativa. Folgorato dagli spettacoli multimediali dell’Exploding Plastic Inevitable di Andy Warhol e dei Velvet Underground, Schifano immagina una versione italiana di quell’unione tra musica, cinema, immagini e happening. Le Stelle non sono dunque soltanto una band, ma il centro di un’operazione artistica che mette in discussione i confini tra le discipline e il ruolo stesso del concerto. La copertina, realizzata a partire dai motivi stellari dipinti da Schifano, e le numerose dediche che accompagnano il disco rafforzano l’idea di un’opera collettiva, ma guidata da una personalità artistica ingombrante e visionaria.
La scelta più sconvolgente è collocare sul primo lato del vinile Le ultime parole di Brandimante, dall’Orlando Furioso, una lunga improvvisazione di quasi diciotto minuti. Il brano prende avvio tra voci di studio, rumori, percussioni e un’introduzione di sapore rinascimentale, prima di precipitare in un’esplosione sonora fatta di organo, chitarre distorte, tastiere, urla e feedback. I versi di Ludovico Ariosto diventano il punto di partenza per una composizione che progressivamente distrugge ogni equilibrio melodico e armonico. L’indicazione, volutamente provocatoria, invita ad ascoltarla «con TV accesa, senza volume»: la musica non è più un oggetto autonomo, ma un elemento di un ambiente audiovisivo in cui immagini e suoni possono contraddirsi, sovrapporsi e disorientare lo spettatore. Le affinità con i Velvet Underground sono evidenti, ma l’improvvisazione richiama anche la libertà di Frank Zappa, la sperimentazione di Sun Ra e le prime esplorazioni psichedeliche dei Pink Floyd.
Il secondo lato presenta un volto più vicino alla forma-canzone, pur senza abbandonare la tensione psichedelica. Molto alto alterna pulsazioni ossessive e distorsioni; Susan Song si muove tra malinconia melodica e atmosfere sospese; E dopo intreccia sensibilità beat, organo e chitarre fuzz, mentre Intervallo spinge verso un rock più abrasivo. Molto lontano (a colori) chiude il percorso con suggestioni orientali e un andamento quasi rituale. Questa seconda parte è meno estrema della suite iniziale, ma mostra come il gruppo sappia attraversare linguaggi diversi, dal beat al raga-rock, senza aderire a un’unica formula. Nel disco convivono così due dimensioni: la canzone psichedelica e l’evento sonoro libero, destinato a scavalcare le convenzioni della musica popolare.
L’accoglienza commerciale è fredda e l’esperienza si esaurisce rapidamente: Schifano abbandona il progetto musicale dopo il grande happening Grande angolo, sogni e stelle, tenuto a Roma nel dicembre del 1967. Eppure, la sua breve parabola lascia un segno che verrà riconosciuto soprattutto a posteriori. Dedicato a… anticipa pratiche che diventeranno centrali nel rock sperimentale e nella cultura multimediale: la lunga improvvisazione, la demolizione della struttura tradizionale del brano, l’uso del rumore come materiale espressivo e l’integrazione tra musica e arti visive. Non è un disco sempre equilibrato, né cerca di esserlo: la sua importanza sta nella radicalità con cui porta l’avanguardia dentro il mondo del beat italiano, quando il mercato discografico e gran parte del pubblico erano ancora legati a forme assai più convenzionali.
Perché è fondamentale?
Perché è un esperimento pionieristico di psichedelia e improvvisazione radicale, capace di fondere rock, arti visive e happening in un’opera che anticipa alcune delle strade più audaci della musica sperimentale.
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