139 - Francesco Guccini - Via Paolo Fabbri 43

 

Casa discografica: EMI Italiana
Anno: 1976
Produttore: Pier Farri
Regione: Emilia-Romagna

Settimo album in studio di Francesco Guccini, Via Paolo Fabbri 43 viene pubblicato nel 1976 e rappresenta uno dei momenti centrali della sua maturità artistica. Il titolo è l'indirizzo della casa bolognese in cui Guccini viveva allora, nel quartiere Cirenaica: una scelta apparentemente quotidiana, quasi anti-divistica, che riduce la distanza tra l'autore e chi ascolta. Le canzoni erano state scritte in quella casa e il disco porta dentro di sé una dimensione fortemente personale, ma capace continuamente di aprirsi alla società e al mondo esterno. Registrato nel primo semestre del 1976 negli studi GRS di Milano, è il settimo album della sua discografia ufficiale e arrivò al sesto posto tra i dischi più venduti in Italia quell'anno.

Il disco arriva dopo il difficile Stanze di vita quotidiana e mostra un Guccini nuovamente combattivo, con una voce più sicura e una struttura musicale più articolata. L'album raccoglie soltanto sei brani, tutti piuttosto lunghi, nei quali il cantautore alterna autobiografia, invettiva, riflessione e ritratti umani. Piccola storia ignobile affronta il tema dell'aborto raccontando una vicenda privata dentro una società ancora fortemente condizionata dal pregiudizio; Il pensionato, al contrario, osserva con partecipazione la solitudine quotidiana di un anziano vicino di casa. Sono due facce della stessa capacità narrativa: guardare la realtà partendo dalle persone comuni.

Al centro c'è naturalmente L'avvelenata, ma la sua origine va oltre la semplice risposta a una recensione negativa. Guccini comincia a portare in giro la canzone già nel 1975, presentandola al Folkstudio di Roma come «la canzone del cantautore incazzato». Era nata dopo la dura critica di Riccardo Bertoncelli a Stanze di vita quotidiana, ma dentro quella rabbia c'era qualcosa di più generale: il rifiuto dell'idea che il cantautore dovesse necessariamente essere un intellettuale impegnato, un militante o una sorta di figura morale incaricata di trasformare la società attraverso le canzoni. Il brano rivendica invece il diritto di cantare «quando posso, come posso, quando ne ho voglia», sottraendosi tanto all'idea della canzone come poesia assoluta quanto a quella della canzone come strumento di rivoluzione. In questo senso L'avvelenata diventa un vero manifesto della ridefinizione del ruolo del cantautore nella seconda metà degli anni Settanta.

La polemica con Bertoncelli è quindi soltanto il punto di partenza di un'autocritica più ampia e ironica. Guccini prende di mira i critici, i cantautori, il pubblico e perfino l'immagine costruita intorno a lui, rifiutando l'idea di essere diventato un personaggio obbligato a corrispondere alle aspettative degli altri. Non è casuale che il brano sia costruito come un unico flusso senza ritornello: la forma stessa asseconda l'urgenza dello sfogo. Guccini inizialmente non voleva neppure inserirlo nell'album, considerandolo una canzone nata per il palco; furono anche le insistenze di Vince Tempera a convincerlo a inciderla.

La canzone che dà il titolo all'album amplia invece il discorso sulla dimensione privata. Via Paolo Fabbri 43 è un lungo blues notturno sulla Bologna vissuta da Guccini, popolato di amici, letteratura, ricordi e riferimenti alla cultura contemporanea. Le citazioni di Alice, Marinella e della «piccola infelice» Lilly diventano anche un gioco ironico con De Gregori, De André e Venditti, mentre Borges e Barthes appartengono al mondo culturale che circonda il cantautore. È una canzone profondamente autobiografica che trasforma però un indirizzo preciso in un piccolo universo umano e culturale.

La parte musicale accompagna questa ricchezza senza cercare di sovrastare la parola. Accanto a Guccini troviamo Ellade Bandini, Ares Tavolazzi, Vince Tempera, Deborah Kooperman, Massimo Luca e Maurizio Vandelli, mentre Pier Farri cura gli arrangiamenti sulla base di idee musicali provenienti dallo stesso Guccini e dai musicisti coinvolti. Il risultato è più articolato rispetto ai lavori precedenti, ma conserva al centro la chitarra acustica e soprattutto la voce e il testo.

Il finale con Canzone quasi d'amore e Il pensionato sposta progressivamente il disco dall'invettiva alla dimensione più intima e lirica. È proprio questo equilibrio a rendere Via Paolo Fabbri 43 così rappresentativo: rabbia e tenerezza, autobiografia e osservazione sociale, vita privata e realtà collettiva convivono nello stesso spazio. Dopo la crisi di Stanze di vita quotidiana, Guccini non rinuncia alla propria dimensione personale per tornare all'“impegno”: al contrario, dimostra che anche il privato, la rabbia verso il proprio ambiente e le piccole storie quotidiane possono diventare materia di una grande canzone d'autore.

Perché è fondamentale?
Perché porta la canzone d'autore di Guccini a una piena maturità, trasformando autobiografia, critica sociale, letteratura e invettiva in un disco che ridefinisce anche il ruolo del cantautore nell'Italia degli anni Settanta.

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