118 - Canzoniere del Lazio - Lassa stà la me creatura
Casa discografica: Intingo
Anno: 1974
Produttore: Ricky Gianco
Regione: Lazio
Con Lassa stà la me creatura, pubblicato nel 1974, il Canzoniere del Lazio compie un passaggio decisivo dal folk revival alla contaminazione tra musica tradizionale, jazz e rock. Nato a Roma nel 1972 nell’ambiente del Circolo Gianni Bosio, il gruppo aveva esordito con Quando nascesti tune (1973), un disco fondato su canti popolari dell’Italia centro-meridionale, riproposti con arrangiamenti prevalentemente acustici e un approccio vicino alla ricerca etnomusicologica. Per il secondo album la formazione si amplia: all’organico originario si aggiungono musicisti come Luigi Cinque, Gianni Nebbiosi, Pasquale Minieri e Giorgio Vivaldi, portatori di esperienze jazzistiche e rock. La nuova strumentazione, che comprende sax, batteria, basso e chitarra elettrica, non cancella il legame con le fonti popolari, ma cambia radicalmente il modo di interpretarle. Pubblicato dall’etichetta Intingo, fondata da Ricky Gianco, il disco diventa uno degli esperimenti più audaci del folk italiano degli anni Settanta.
Gli otto brani rielaborano materiali tradizionali attraverso una sensibilità aperta all’improvvisazione e alla ricerca timbrica. L’iniziale Antidoto (alla tarantola) richiama un’antica melodia riportata dal gesuita Athanasius Kircher nel Seicento, legata alla credenza che la musica potesse contrastare gli effetti del tarantismo: violino e sassofoni trasformano questa traccia storica in una sorta di rito sonoro. ’Ncominciai a non avè più bene in vita mia (da piccolo fanciullo) si sviluppa attraverso intrecci vocali, organetto e percussioni, mentre Processione evoca un rituale collettivo con tamburi e sassofoni dalle sonorità quasi arcaiche. In Lu povero Antonuccio i cori assumono un tono solenne, sostenuti da interventi strumentali che ampliano il respiro del canto; Canti a mete di Barbarano, basato sui canti di mietitura della campagna romana, spinge invece l’elaborazione verso un territorio più libero, vicino all’avanguardia jazz. I due Saltarello mantengono il riferimento alla danza popolare, ma lo inseriscono in un paesaggio ritmico e strumentale rinnovato.
La radicalità dell’album non riguarda soltanto la musica, ma anche il significato culturale e politico dell’operazione. Una parte del movimento del folk revival, legata all’idea che i canti dovessero essere restituiti rispettando il più possibile le forme originarie, accusò il gruppo di diluire la forza dei materiali tradizionali e di trasformarli in un’operazione prevalentemente formale. Alessandro Portelli, vicino al gruppo ai tempi del primo album, criticò duramente questa svolta, considerandola una perdita di autenticità e di contatto con il mondo popolare da cui provenivano i canti. La controversia rivela una questione centrale degli anni Settanta: se la musica di tradizione debba essere conservata come testimonianza oppure possa essere reinventata per assumere nuove funzioni, anche in contesti urbani, giovanili e politicamente alternativi. Il Canzoniere del Lazio sceglie la seconda strada, senza rinunciare alla ricerca sulle fonti.
In questa tensione risiede gran parte dell’importanza di Lassa stà la me creatura. Il disco non si limita a modernizzare il repertorio tradizionale con strumenti elettrici: cerca un equilibrio nuovo tra memoria e trasformazione, tra la dimensione comunitaria del canto e la libertà espressiva del musicista. La sua apertura al ballo, alla fisicità del ritmo e all’improvvisazione anticipa sviluppi che il gruppo approfondirà nei lavori successivi, da Spirito bono a Miradas, e contribuisce a delineare un percorso destinato a incontrare, negli anni seguenti, le ricerche della musica mediterranea e della world music. Accolto senza particolare successo commerciale e rimasto a lungo poco accessibile, l’album è stato riscoperto anche grazie alla ristampa in SACD del 2018, realizzata a partire dai nastri originali.
Perché è fondamentale?
Perché rinnova radicalmente il folk italiano, dimostrando che i canti della tradizione possono dialogare con jazz, rock e improvvisazione senza smettere di interrogare le proprie radici.

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