087 - Lucio Battisti - Il mio canto libero

 

Casa discografica: Numero Uno
Anno: 1972
Produttore: Lucio Battisti (direzione d'orchestra di Gian Piero Reverberi)
Regione: Lazio 

Nel novembre del 1972, a soli sette mesi di distanza dal più intimista e sperimentale Umanamente uomo: il sogno, Lucio Battisti pubblica il suo settimo album in studio, Il mio canto libero. È l'album della definitiva consacrazione di massa e del vertice commerciale della Numero Uno: il disco risulterà il più venduto in Italia nel 1973, dominando le classifiche per mesi e fissando il canone assoluto della pop-music d'autore italiana, capace di fondere la forma-canzone con arrangiamenti di respiro cinematografico e sinfonico.

Sotto il profilo strettamente tecnico e produttivo, l'album rappresenta il punto più alto del sodalizio tra Battisti e Gian Piero Reverberi. Abbandonata la scarnificazione acustica, Reverberi costruisce imponenti partiture orchestrali che non soffocano mai la chitarra di Battisti, ma ne esaltano le dinamiche. La title track Il mio canto libero è un capolavoro di costruzione della tensione drammatica: nasce da un arpeggio quasi dimesso per poi esplodere in una cavalcata corale e orchestrale sostenuta da un maestoso tappeto di ottoni e archi.

La scaletta si compone di otto tracce che figurano quasi tutte tra le vette assolute del canzoniere battistiano. Io vorrei... non vorrei... ma se vuoi mostra una struttura metrica e armonica complessa, contrassegnata da continui cambi di tonalità e da un finale in crescendo travolgente. La luce dell'est svela una vocazione narrativa di rara efficacia, dove l'arrangiamento descrive cromaticamente la brughiera e il ricordo d'infanzia. Troviamo inoltre L'aquila — scritta in origine pensando a Bruno Lauzi, che però non la incise mai, e approdata così tra le mani di Battisti in una ballata acustica dove l'atmosfera sostituisce un ritornello che non arriva mai — insieme a Luci-ah, Vento nel vento, la tirata e quasi funkeggiante Confusione e la brillante, ironica Gente per bene e gente per male, a testimonianza di una versatilità stilistica senza pari.

Un'analisi filologica dell'opera non può prescindere dal contesto socio-politico dell'epoca. In un 1972 fortemente politicizzato e polarizzato, i testi di Mogol — incentrati sull'individualismo, sull'amore come rifugio privato e sulla ricerca di una libertà interiore — vennero perseguitati da strumentalizzazioni opposte: da una parte le accuse di disimpegno o presunte simpatie di destra da parte dei movimenti studenteschi, dall'altra l'appropriazione indebita di alcuni versi. In realtà, Il mio canto libero rivendica l'autonomia della sfera affettiva ed esistenziale contro la rigidità di qualsiasi dogma ideologico.

Perché è fondamentale?
Perché rappresenta il punto di convergenza tra l'avanguardia degli arrangiamenti e l'accessibilità popolare. Con Il mio canto libero, Battisti e Mogol dimostrano che il pop italiano può raggiungere standard di produzione internazionali e una complessità sinfonica senza rinunciare all'impatto emotivo immediato, regalando alla storia della musica italiana uno dei suoi album più iconici, venduti e influenti di sempre.

Commenti