084 - Mia Martini - Nel mondo, una cosa

 

Casa discografica: Dischi Ricordi
Anno: 1972
Produttore: Giovanni Sanjust
Regione: Calabria/Lombardia

Nel 1972, dopo l'esordio d'avanguardia di Oltre la collina (pubblicato l'anno precedente per la RCA e intessuto di tematiche giovanili oscure), Domenica Bertè, ormai definitivamente trasmutata in Mia Martini, compie il grande salto discografico e artistico seguendo il proprio manager Alberigo Crocetta dalla RCA alla Dischi Ricordi di Milano. Nel mondo, una cosa è l'album della consacrazione assoluta, il disco che proietta la sua vocalità inconfondibile — graffiante, viscerale e carica di un'intrinseca sofferenza — ai vertici delle classifiche italiane, vincendo inoltre il Premio della Critica discografica come miglior LP dell'anno.

Dal punto di vista filologico, l'architettura dell'album testimonia un momento di sintesi perfetta tra l'adattamento internazionale e la più raffinata canzone d'autore milanese. A cucire su misura i successi per la Martini è un team autoriale e strumentale d'eccezione, in cui spicca la penna di Bruno Lauzi e l'estro compositivo e tastieristico di Dario Baldan Bembo, affiancati da Michelangelo La Bionda, Leonardo Ricchi, Luigi Albertelli e Maurizio Piccoli. È da questa fucina creativa che nasce Piccolo uomo, brano che — con un piccolo colpo di scena poco noto — era stato scritto pensando in origine ai Camaleonti, prima di essere affidato alla voce della Martini: pubblicato come singolo l'11 aprile 1972 (mesi prima dell'album), fu presentato dal vivo al Festival Pop, Beat, Western Express di Londra il 26 maggio, e vinse poi il Festivalbar di quell'estate. La canzone, caratterizzata da un celebre inciso ritmico e da un'escursione vocale straziante, fissa per sempre i canoni dell'interprete tragica moderna, e chiude non a caso la scaletta dell'album come suo naturale coronamento.

Il disco si apre invece con Donna sola, brano dalle venature soul e gospel nato in origine come strumentale (con il titolo Processione, scritto da Salvatore Fabrizio) e solo in seguito vestito di testo da Albertelli e Lauzi su musica di Baldan Bembo — anch'esso un grande successo dell'estate 1972. Seguono a ruota gemme originali di grande intensità, come Amanti, Neve bianca, La nave, Un uomo in più, Il tuo cuore di neve e Tu che sei sempre tu.

La seconda anima dell'opera si manifesta in una serie di cover coraggiosissime, scelte con cura certosina per esaltare l'ampio spettro espressivo della cantante. Tra queste svetta Madre, traduzione audace e riuscitissima della primordiale e dolorosa Mother di John Lennon (adattata in italiano dalla stessa Martini), la rilettura di Border Song di Elton John (che diventa Io straniera, nell'adattamento di Maurizio Piccoli) e la pregevole trasposizione di Valsinha di Chico Buarque e Vinícius de Moraes, tradotta da Sergio Bardotti.

Perché è fondamentale?
Perché Nel mondo, una cosa sdogana definitivamente in Italia la figura dell'interprete femminile dotata di un'estensione "nera" e drammatica, lontana tanto dai canoni del belcanto melodico quanto dalle ormai tramontate leggerezze del beat. Con questo disco, Mia Martini dimostra che il pop italiano può reggere il peso specifico del grande rock e cantautorato internazionale, sorretto da un'anima tormentata che da questo momento scriverà le pagine più intense della nostra storia musicale.

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