083 - Jumbo - DNA
Casa discografica: Philips
Anno: 1972
Produttore: Silvio Crippa
Regione: Lombardia
Secondo album dei Jumbo, DNA esce nell’ottobre del 1972, a pochi mesi dal debutto omonimo, e rappresenta il vero salto della band milanese verso il progressive rock. Il gruppo guidato da Alvaro Fella arriva al disco dopo una intensa attività dal vivo e sviluppa rapidamente un linguaggio molto più personale: il folk-blues degli esordi lascia spazio a una musica più elettrica, aggressiva e articolata, nella quale la componente progressiva diventa il mezzo per dare forma a testi duri e inquieti. Registrato in appena una settimana, DNA conserva inoltre una certa ruvidità sonora che contribuisce al suo carattere immediato e fisico.
Il tema centrale dell’album è l’alienazione dell’uomo davanti a una società fondata sul conformismo, sullo sfruttamento e sull’ipocrisia. Il titolo DNA suggerisce qualcosa di profondamente inscritto nell’individuo: la paura, la solitudine, il bisogno di adattarsi e, allo stesso tempo, l’impulso a ribellarsi. Fella racconta questo disagio senza ricorrere alla filosofia astratta del progressive più tradizionale: parla di persone comuni, rapporti umani falliti, vecchiaia, potere e sofferenza con un linguaggio crudo e diretto. È una musica che vuole denunciare e rifiutare ciò che tutti conoscono ma che spesso nessuno dice apertamente.
Questa tensione trova la sua forma più ambiziosa nella lunga Suite per il Signor K., che occupa per intero il primo lato dell’album. Divisa in Sta accadendo qualcosa dentro me, Ed ora corri e Dio è, la suite racconta un uomo comune intrappolato in una realtà che non riesce più a comprendere, con evidenti suggestioni kafkiane. La musica segue la sua crisi: pianoforte, chitarra acustica e flauto costruiscono inizialmente un’atmosfera sospesa, poi le chitarre elettriche irrompono con riff pesanti e la sezione ritmica aumenta progressivamente la tensione. Il passaggio dalla quiete all’esplosione diventa così la traduzione sonora del disagio del protagonista.
Sul secondo lato, Miss Rand, È brutto sentirsi vecchi e Hai visto... continuano a sviluppare lo stesso senso di inquietudine. La prima narra una vicenda drammatica di una ragazza intrappolata tra le fiamme con riferimenti alla alla filosofa Ayn Rand; la seconda riflette sulla paura del tempo e della solitudine; Hai visto... parte invece da una dimensione più delicata e acustica per arrivare a un finale elettrico e drammatico. Sono brani meno monumentali della suite, ma mantengono la stessa visione disillusa: l’individuo è continuamente messo davanti alla propria fragilità e a una società che sembra aver perso qualsiasi punto di riferimento.
Musicalmente DNA è un progressive molto particolare, che si potrebbe definire “di strada”. Non cerca l’eleganza sinfonica, la perfezione tecnica o le atmosfere solenni di gruppi come il Banco o PFM: il suo punto di partenza rimane il blues, l’hard rock e l’esperienza dei concerti. Chitarre elettriche distorte, organo, pianoforte, flauto, armonica e una sezione ritmica potente costruiscono un suono sporco, ruvido e fisico, nel quale le parti acustiche possono improvvisamente esplodere in riff durissimi. Anche il cantato di Fella è lontanissimo dalla compostezza del progressive più colto: è sguaiato, roca, urlato, quasi sempre sul punto di spezzarsi, e proprio per questo dà ai testi una forza viscerale.
Questa imperfezione è parte integrante dell’identità del disco. Il mix non è particolarmente raffinato e la registrazione rapidissima lascia emergere una certa rozzezza, ma il risultato sembra quasi fotografare la band sul palco. I Jumbo non costruiscono un mondo fantastico o mitologico: portano il progressive dentro la strada, nei conflitti quotidiani e nella rabbia di chi si sente escluso. È proprio la combinazione tra strutture progressive, hard blues, testi socialmente corrosivi e voce sgraziata a renderli difficilmente assimilabili agli altri protagonisti del prog italiano.
DNA segna quindi il momento in cui i Jumbo trovano la propria identità. È un progressive sporco e rabbioso, più vicino alla fisicità dell’hard rock che alla dimensione sinfonica, ma capace allo stesso tempo di costruire una suite di oltre venti minuti e strutture musicali complesse. La band non raggiungerà mai il successo commerciale di altri gruppi contemporanei, ma questo album rimane una delle testimonianze più originali del progressive italiano del 1972 e il punto di partenza della successiva evoluzione che porterà a Vietato ai minori di 18 anni?.

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