082 - Francesco Guccini - Radici

 

Casa discografica: Columbia / EMI Italiana
Anno: 1972
Produttore: Pier Farri (arrangiamenti di Pier Farri, Francesco Guccini e Vince Tempera)
Regione: Emilia-Romagna

Se i primi tre album avevano definito la figura di Francesco Guccini come il capofila del folk di protesta e del cantautorato di matrice americana in Italia (spesso etichettato, con una certa pigrizia, come "il Bob Dylan italiano"), è con Radici, il suo quarto album, che il cantautore emiliano si smarca definitivamente da ogni paragone ingombrante. Registrato a Milano nella primavera del 1972, il disco non è solo quello della definitiva maturità artistica, ma una sorta di concept album, un'indagine letteraria sulla memoria, sull'identità e sul logoramento del tempo, in cui la dimensione privata diventa specchio della storia collettiva. Lo stesso Guccini lo ha descritto come una sorta di "summa" delle proprie esperienze fino a quel momento: gli anni del piccolo trantran provinciale a Bologna, le serate del giovedì all'Osteria delle Dame, l'insegnamento, la convinzione — poi smentita dai fatti — che "tutto si sarebbe fermato lì".

Dal punto di vista filologico e musicale, il salto di qualità rispetto alle produzioni precedenti è netto. La chitarra acustica di Guccini rimane l'ossatura, affiancata dal flauto, dalla chitarra e dal banjo di Deborah Kooperman, ma le partiture vengono per la prima volta arricchite da una sezione ritmica formidabile che di lì a poco scriverà la storia del progressive e del jazz-rock italiano: il bassista Ares Tavolazzi e il batterista Ellade Bandini (futuri pilastri degli Area), le tastiere di Vince Tempera, la chitarra elettrica di Gigi Rizzi e, curiosamente, il mellotron di Maurizio Vandelli — lo stesso cantante dell'Equipe 84, qui in una veste inedita di turnista.

La topografia del disco è fondamentale per comprenderne l'anima. Il tema dell'identità si dipana attraverso una dicotomia geografica formidabile: da un lato l'Appennino tosco-emiliano della title-track (Radici), rifugio ancestrale e rurale legato alla casa dei nonni a Pàvana; dall'altro la spietata radiografia della pianura emiliana in Piccola città. Quest'ultimo brano, dedicato a Modena (dove Guccini visse l'adolescenza nel dopoguerra), è un capolavoro di rancore e nostalgia: un affresco neorealista e asfissiante in cui la nebbia, i portici e il provincialismo della Bassa e del capoluogo si scontrano con i sogni di fuga di un giovane intellettuale.

La scaletta prosegue snocciolando classici immortali: Incontro, vetta di malinconia esistenziale giocata sul ricordo di un'amicizia perduta; Canzone dei dodici mesi e Canzone della bambina portoghese, spesso meno ricordate ma parte integrante del disco; e l'allegoria ecologista e disillusa de Il vecchio e il bambino. A dominare il cuore del disco è però La locomotiva, una ballata fiume di stampo anarchico che racconta il gesto vero di Pietro Rigosi, macchinista che il 20 luglio 1894, a soli 28 anni, prese il controllo di una locomotiva sganciata da un treno merci per lanciarla contro un convoglio di soldati diretti a reprimere uno sciopero: cantata con furia declamatoria, diventerà l'inno generazionale e il brano di chiusura obbligato di ogni suo futuro concerto.

Perché è fondamentale?
Perché con Radici la canzone d'autore italiana assume una dignità spiccatamente letteraria, capace di reggere il peso del romanzo storico e del saggio autobiografico. Guccini dimostra che le radici emiliane e l'indagine sul passato non sono rifugi nostalgici, ma lenti d'ingrandimento necessarie per leggere criticamente il presente, consegnandoci il primo capolavoro inattaccabile del suo sterminato canzoniere.

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