079 - Alan Sorrenti - Aria

 

Casa discografica: Harvest / EMI Italiana
Anno: 1972
Produttore: Michelangelo Romano
Regione: Campania 

Per comprendere la portata deflagrante di Aria nel panorama musicale italiano del 1972, è necessario compiere un rigoroso sforzo filologico: bisogna spogliarsi completamente del ricordo dell'Alan Sorrenti icona della discomusic di fine decennio (Figli delle stelle, Tu sei l'unica donna per me) e immergersi in una dimensione di puro avanguardismo. Nato a Napoli da padre partenopeo e madre gallese (con cui visse per un periodo in Galles da bambino), il giovane Sorrenti assorbe grazie alle sue origini il meglio della controcultura e della psichedelia britannica e americana. Pubblicato per la prestigiosa etichetta Harvest (la stessa dei Pink Floyd, marchio di fabbrica per le produzioni sperimentali della EMI), questo esordio — registrato tra gli studi Sonic di Roma, gli Europa Sonor di Parigi e i S.E.E.D. di Vallauris, sulla Costa Azzurra — è un capolavoro assoluto di acid-folk e sperimentalismo vocale, lontano anni luce dalla rassicurante forma-canzone dei cantautori dell'epoca.

Il disco è diviso in due. L'intera facciata A è occupata dalla monumentale title track, una suite dilatata di quasi venti minuti che sfugge a qualsiasi classificazione convenzionale. In Aria, Sorrenti utilizza la propria voce non come veicolo narrativo, ma come un vero e proprio strumento plastico e incontrollabile — secondo diversi critici, fu il primo in Italia a farlo, ancora prima che Demetrio Stratos ne facesse la propria cifra stilistica con gli Area: falsetti lancinanti, vocalizzi spettrali, sussurri e urla viscerali che guardano dichiaratamente alle sperimentazioni di Tim Buckley (in particolare quello del periodo Starsailor e Lorca) e di Shawn Phillips. Il brano è sorretto da un tappeto di chitarre acustiche e impreziosito da un ospite internazionale di caratura eccezionale: il violinista francese Jean-Luc Ponty (già al fianco di Frank Zappa e futuro membro della Mahavishnu Orchestra), i cui assoli dissonanti e ipnotici conferiscono al brano una tensione drammatica irripetibile. Alla batteria e alle percussioni, inoltre, fa la sua comparsa un giovanissimo Tony Esposito, pioniere di quel "Neapolitan Power" che esploderà negli anni successivi — tornerà a collaborare con Sorrenti anche sul disco seguente, oltre che con i Perigeo su La valle dei templi.

La facciata B riporta l'ascoltatore verso strutture apparentemente più definite, pur mantenendo intatta l'atmosfera allucinata e onirica. Si apre con l'arpeggio acustico della splendida Vorrei incontrarti, un brano in cui il lirismo visionario di Sorrenti raggiunge la sua massima espressione poetica, ed estratto anche su singolo (insieme a Un fiume tranquillo). Segue La mia mente, un viaggio introspettivo dai toni cupi e quasi raga-folk, e la conclusiva Un fiume tranquillo, dove le dinamiche si fanno più accese e corali.

Perché è fondamentale?
Perché Aria rappresenta il vertice ineguagliato del folk d'avanguardia in Italia. Sorrenti spalanca le porte a una vocalità estrema, libera da schemi metrici e melodici tradizionali, dimostrando un coraggio artistico fuori dal comune — al punto da essere uno dei pochissimi artisti solisti a competere, nei grandi festival open air dell'epoca, con formazioni progressive complete. È un'opera che certifica la maturità della scena napoletana e rimane uno dei debutti più coraggiosi, influenti e radicali mai incisi su vinile nel nostro Paese.

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