075 - Banco del Mutuo Soccorso - Banco del Mutuo Soccorso
Casa discografica: Dischi Ricordi
Anno: 1972
Produttore: Sandro Colombini
Regione: Lazio
Se il nord Italia aveva da poco codificato l'eleganza sinfonica con la Premiata Forneria Marconi e Le Orme, nella primavera del 1972 Roma risponde sferrando uno dei colpi più originali, titanici e irripetibili della storia musicale italiana. Il nucleo storico guidato dai fratelli Vittorio e Gianni Nocenzi, attivo fin dal 1969 tra vari cambi di formazione, trova finalmente stabilità nel 1971 con l'ingresso di tre musicisti provenienti dalla band Le Esperienze — il cantante Francesco Di Giacomo, il bassista Renato D'Angelo e il batterista Pierluigi Calderoni — a cui si aggiunge il chitarrista Marcello Todaro, arrivato invece dai Fiori di Campo. Con questa formazione il Banco del Mutuo Soccorso debutta per la Dischi Ricordi con un disco omonimo — universalmente noto come "il Salvadanaio" per via della celeberrima e geniale copertina fustellata apribile che riproduce fedelmente un dindarolo di terracotta, disegnata dall'illustratore Mimmo Mellino. È un esordio che sposta irreversibilmente gli equilibri del nascente rock progressivo nazionale verso coordinate fino a quel momento inesplorate.
L'architettura sonora del gruppo si fonda su due pilastri tecnici e formali senza precedenti in Italia. Il primo è il "doppio asse tastieristico" dei fratelli Nocenzi: da una parte il rigore del pianoforte a coda di Gianni, di stretta osservanza classica e tardo-romantica; dall'altra l'irruenza di Vittorio (che qui suona anche organo, clavicembalo e clarino, oltre a firmare da solo tutte le musiche del disco, con i testi scritti insieme allo stesso Di Giacomo), padrone assoluto dell'organo Hammond, dei primissimi sintetizzatori e del moog. Questo dialogo continuo relega la chitarra elettrica di Todaro a un ruolo di supporto ritmico-coloristico (spesso distorto e ruvido), mentre la formidabile sezione ritmica di D'Angelo e Calderoni garantisce un'impalcatura quasi jazz-rock alle intricate partiture.
Il secondo elemento di novità è la voce di Francesco Di Giacomo. Lontano anni luce dall'esilità o dai falsetti dei cantanti prog di stampo anglosassone, Di Giacomo possiede un timbro tenorile, stentoreo e teatrale che attinge a piene mani dal melodramma, dal belcanto e dalla grande tradizione lirica italiana. È una voce antica e possente che sposa alla perfezione testi colti e allegorici.
La scaletta è un monumento alla dismisura. Dopo il recitato evocativo di In volo (che richiama l'Ariosto e il viaggio di Astolfo sull'ippogrifo), il disco esplode con la cavalcata anti-militarista di R.I.P. (Requiescant in pace), caratterizzata da un memorabile crescendo pianistico e da una coda strumentale indiavolata, quasi un omaggio ai primi, selvaggi Deep Purple filtrato però attraverso un pathos operistico e mediterraneo. Segue il breve interludio Passaggio, ponte verso l'imponente Metamorfosi (quasi undici minuti), e soprattutto l'immensa suite di oltre diciotto minuti Il giardino del mago, un labirinto musicale diviso in quattro movimenti ("Passo dopo passo...", "Chi ride e chi geme...", "Coi capelli sciolti al vento...", "Compenetrazione") in cui il gruppo sfoggia l'intera gamma delle proprie influenze, dalla polifonia vocale rinascimentale alle sincopi jazz, passando per squarci quasi alla Pink Floyd. Chiude il disco la marziale e classicheggiante Traccia, destinata a diventare un classico corale nelle esibizioni dal vivo. Dal vivo, in quel periodo, il gruppo si esibirà anche a supporto di act internazionali come Curved Air e Rory Gallagher.

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