052 - Giorgio Gaber - Il signor G
Casa discografica: Carosello
Anno: 1970
Produttori: Claudio Celli
Regione: Lombardia
Nel 1970 si consuma uno degli strappi più clamorosi e fecondi nella storia dello spettacolo italiano. All'apice della popolarità televisiva e forte di un repertorio pop di straordinario successo, Giorgio Gaber decide di abbandonare i grandi schermi e i circuiti discografici e canori tradizionali per rifugiarsi in uno spazio fisicamente più intimo ma intellettualmente sconfinato: il teatro. Prima di questo passo definitivo, tra gennaio e marzo 1970, aveva già saggiato il terreno con una serie di recital divisi con Mina nei teatri di diverse città italiane (lui in prima parte, lei in seconda) — un vero e proprio banco di prova per il nuovo formato. E prima ancora, il suo disco d'esordio Giorgio Gaber (1961) aveva già di per sé un approccio cabarettistico alla canzone italiana, come la canzone Benzina e cerini scritta con Enzo Jannacci dimostra. Ma il doppio album Il signor G, registrato "dal vivo" presso gli studi Regson di Milano il 6 ottobre 1970 (con un pubblico invitato ad hoc per ricreare la tensione e l'interazione teatrale), è il documento fondativo di questa rivoluzione, tenuta a battesimo insieme all'inseparabile pittore e coautore Sandro Luporini. Lo spettacolo dal vivo debutterà poi il 21 ottobre 1970 al Teatro San Rocco di Seregno, con la regia di Beppe Recchia e la direzione musicale di Giorgio Casellato, per poi girare i teatri del circuito regionale lombardo. Nasce ufficialmente in Italia il "Teatro Canzone".
Il disco respira e restituisce un clima prettamente milanese e lombardo: è la metropoli alienante del miracolo economico ormai in fase di stallo, la città del conformismo borghese e delle prime nevrosi consumistiche. Il "Signor G" non è un eroe militante né un emarginato, ma un uomo qualunque, un borghese pieno di tic, paure, ipocrisie e contraddizioni in cui l'ascoltatore borghese stesso è costretto a specchiarsi. Attraverso una struttura rigorosa che per la prima volta alterna organicamente canzoni a monologhi in prosa (una forma inaudita per il mercato discografico leggero), Gaber seziona l'animo umano e la società contemporanea con un'ironia amara e teatrale.
La scaletta (spalmata su quattro facciate) si dipana come un'unica grande narrazione concettuale, incorniciata in un arco esistenziale che va dalla nascita (Prima ricorrenza: il signor G nasce) fino al decesso (Seconda ricorrenza: il signor G muore) — episodio, quest'ultimo, che si chiude con un finale beffardo e amarissimo: la lettura in pubblico del testamento del protagonista, il cui intero contenuto si riduce a una sola, spiazzante parola: "G." All'interno di questa impalcatura si susseguono momenti di grande lucidità, sorretti da arrangiamenti essenziali in cui spicca l'uso ritmico, quasi percussivo, della chitarra acustica. Troviamo la schizofrenia urbana ed euforica di Com'è bella la città, l'alienazione di Eppure sembra un uomo, i tentativi di calore umano in Maria Giovanna, affiancati a testi recitati spietati come L'orgia: ore 22 secondo canale o Io credo: autoritratto di G.
