051 - Gipo Farassino - Due soldi di coraggio

 

Casa discografica: Fonit Cetra
Anno: 1969
Produttore: Gipo Farassino (arrangiamenti Giancarlo Chiaramello)
Regione: Piemonte

Mentre Genova, Milano e Roma dominano le narrazioni della nascente canzone d'autore italiana, Torino trova la sua voce più autentica, ruvida e disincantata in Gipo Farassino. Se da una parte autori degli anni '60 e '70 come Jannacci venivano accettati come "nazionali" nonostante il loro uso del dialetto, Farassino è sempre stato considerato inspiegabilmente un autore solo "piemontese". Cresciuto in Barriera di Milano, quartiere operaio e popolare per eccellenza, Farassino arriva a questo disco dopo un periodo vissuto in Medio Oriente come musicista d'orchestra e, tornato in Italia, una gavetta al Derby Club di Milano, dove proponeva monologhi, canzoni proprie e traduzioni di Georges Brassens — un'esperienza che gli valse poi il contratto con la Fonit Cetra, all'epoca ancora con sede a Torino. Pubblica nel 1969 Due soldi di coraggio, un disco che funge da manifesto definitivo della sua poetica: un crocevia formidabile tra l'esistenzialismo della chanson francese e il crudo realismo della periferia industriale sabauda, e ancora oggi considerato dalla critica il suo lavoro più riuscito.

L'album è un affresco abitato da un'umanità marginale e dolente. Farassino si cala nelle nebbie della sua città, tra le "piole" (le tipiche osterie piemontesi), gli operai della Fiat, i disoccupati e i piccoli malviventi di quartiere. Utilizzando un linguaggio che mescola abilmente l'italiano e schegge di dialetto piemontese — usato non come folklore, ma come necessità espressiva e identitaria —, il cantautore restituisce dignità e spessore letterario a chi è rimasto escluso dal miracolo economico. Tra i dodici brani della scaletta spicca Remo la barca, già pubblicata in precedenza su 45 giri: una ballata su un suicidio (Remo Guidotti) dal tono cupo e narrativo che diversi critici hanno accostato allo stile di Fabrizio De André. Non meno rilevante Ballata per un eroe, testo dichiaratamente antimilitarista che, l'anno successivo, portato da Farassino al Cantagiro, susciterà perfino interrogazioni parlamentari per i suoi versi giudicati "disfattisti" dalle autorità dell'epoca. Il brano di apertura, La mia città, è invece una precisa descrizione della Torino degli anni '60, una città industriale fatta di ciminiere e "soldatini blu". Si tratta forse di una Torino che oggi non esiste più, come quella naif de Il bar del mio rione. 

Altre canzoni invece escono dal confine del capoluogo e si fanno più universali come Fanette (cover di Jacques Brel), Le scarpe nuove (da una canzone di Serge Lama), Non puoi capire, Cella 21. Ma la più rilevante è senz'altro la title track, Due soldi di coraggio, una dolente ballata sul disinganno e sulle difficoltà della vita quotidiana, sorretta da un'interpretazione vocale volutamente scabra, teatrale, quasi recitata. L'intero disco è legato dagli arrangiamenti orchestrali mai invadenti di Giancarlo Chiaramello che creano un continuum forse ispirato al lavoro che Riverberi aveva fatto l'anno precedente con Senza orario senza bandiera dei New Trolls.  

Perché è fondamentale?
Perché inserisce a pieno titolo la classe operaia e la periferia torinese nella geografia del cantautorato italiano. Farassino dimostra che la canzone d'autore può farsi neorealismo puro, raccontando la fatica, la miseria e la dignità degli ultimi con una forza narrativa che non fa sconti e non cerca consolazioni.

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