043 - I Nomadi - I Nomadi

 

Casa discografica: Columbia
Anno: 1968
Produttore: Dodo Veroli
Regione: Emilia-Romagna

Dopo il deflagrante debutto dell'anno precedente, il complesso di Novellara torna in studio per battere il ferro finché è caldo. Pubblicato nel 1968 sempre sotto l'egida della Columbia e con la fidata produzione di Dodo Veroli, l'omonimo I Nomadi è il disco della conferma e della maturità interpretativa. Se il primo album aveva tracciato il solco dell'impegno civile e della protesta giovanile (trainato in gran parte dalla penna di Francesco Guccini, che anche qui firma sei brani su dodici, tra cui Ophelia e Giorno d'estate), questo secondo lavoro sposta l'asse verso un pop-rock d'atmosfera, malinconico e di respiro decisamente internazionale.

Il 1968 è l'anno in cui il Beat italiano inizia a cedere il passo a sonorità più complesse, e i Nomadi si dimostrano maestri assoluti in quella pratica fondamentale che era la "cover" d'autore. Il capolavoro indiscusso del disco è Ho difeso il mio amore, magistrale e celeberrima rilettura in italiano di Nights in White Satin dei Moody Blues (con testo di Daniele Pace) — brano che, curiosamente, verrà inciso anche l'anno successivo dai Profeti di Renato Brioschi. L'arrangiamento rispetta la solennità sinfonica dell'originale, ma è la voce di Augusto Daolio a compiere il miracolo: il suo timbro caldo, vibrante e intriso di quella profonda malinconia tipica della pianura emiliana trasforma il brano in un classico immortale della nostra musica. Proprio su questo 45 giri, sul lato B, comparirà per la prima volta In morte di S.F., il brano di Guccini che diventerà celebre con il titolo Canzone per un'amica.

La scaletta si nutre dell'immaginario dell'epoca catturando il nascente spirito hippie, come dimostra Un figlio dei fiori non pensa al domani (traduzione perfetta di Death of a Clown, scritta e cantata in originale da Dave Davies dei Kinks). Accanto a queste pietre miliari, l'album scivola via tra le tastiere avvolgenti di Beppe Carletti e una sezione ritmica sempre più quadrata, ospitando brani di grande presa emotiva come Insieme io e lei — che, nonostante il sapore quasi soul del titolo italiano, è in realtà la versione italiana di Days, sempre dei Kinks — Un po' di vino e Canto d'amore.

Perché è fondamentale?
Perché dimostra che i Nomadi non erano una meteora legata solo al repertorio di protesta o a un singolo autore, ma un sodalizio musicale con un'identità granitica. Con questo disco, la simbiosi tra l'interpretazione viscerale di Augusto Daolio e il gusto melodico di Beppe Carletti diventa un marchio di fabbrica inconfondibile, traghettando la band fuori dalla bolla beat verso una longevità artistica senza precedenti.


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