033 - Francesco Guccini - Folk beat n 1

Casa discografica: La Voce del Padrone
Anno: 1967
Produttore: Dodo Veroli
Regione: Emilia-Romagna 

Questo disco è un vero e proprio spartiacque per la storia della nostra musica d'autore. Nel febbraio del 1967, un giovane cantautore e insegnante modenese di ventisette anni di nome Francesco Guccini pubblica il suo album d'esordio per La Voce del Padrone. Sulla copertina del vinile il cognome non compare: il disco è firmato semplicemente "Francesco", come del resto tutte le sue primissime incisioni — non essendo ancora iscritto alla SIAE, diversi brani del disco stesso furono depositati sotto pseudonimi di comodo (Toni Verona e il maestro "Pontiack" per Noi non ci saremo, ad esempio). Nonostante questo battesimo un po' anonimo, siamo di fronte al Big Bang del folk-songwriter italiano.

Fino a quel momento, Guccini era un autore formidabile ma "invisibile" per il grande pubblico, le cui canzoni erano state portate al successo da band e interpreti come l'Equipe 84 e i Nomadi — un'esclusione quasi paradossale se si pensa che Guccini era stato, tra fine anni '50 e inizio anni '60, in uno dei gruppi (I Gatti) da cui nacque proprio l'Equipe 84, formazione da cui restò fuori perché chiamato al servizio di leva. Con Folk beat n. 1, decide di metterci la faccia e la voce, accompagnandosi quasi esclusivamente con la sua chitarra acustica a ritmo sostenuto, affiancato da Antonio Roveri alla chitarra solista e da Alan Cooper all'armonica e alla chitarra ritmica. Il risultato è un disco scarno, acustico, profondamente debitore del folk revival americano (Bob Dylan su tutti), ma calato nella realtà sociale e politica italiana.

La scaletta è un monumento intoccabile che raccoglie in versione originale i brani che lo avevano già reso un autore di culto: si apre con l'ansia esistenziale e generazionale di Noi non ci saremo, attraversa il dolore laico e dolcissimo di In morte di S.F. (Canzone per un'amica) e la tagliente ironia de L'atomica cinese, per poi consegnare alla storia la versione definitiva di Auschwitz (La canzone del bambino nel vento). Sul lato B, Guccini sperimenta la forma del talking blues adattandola alla cronaca e al paesaggio italiano: da Talkin' Milano (ritratto disincantato e ironico della metropoli industriale) a Statale 17 —  ricostruzione di un viaggio in autostop, con il tragicomico finale "non alzo più la mano, cammino piano piano..." — fino alla densa e crepuscolare Il 3 dicembre del '39 e all'analisi politica de Il sociale e l'antisociale, i cui due "movimenti" vengono eseguiti in ordine inverso rispetto al titolo del brano.

Nonostante la qualità, l'accoglienza commerciale fu a dir poco fredda: circa 500 copie vendute all'epoca ("praticamente nullo", come lo definì lo stesso Guccini), un dato che sarebbe cresciuto solo negli anni a venire insieme alla sua fama. Il disco gli valse comunque la prima apparizione televisiva, il 1° maggio 1967, ospite di Caterina Caselli a "Diamoci del tu".

Perché è fondamentale?
Perché fonda ufficialmente il genere del cantautorato politico e civile in Italia. Con questo disco Guccini spoglia la canzone pop di ogni orpello orchestrale e la trasforma in uno strumento di indagine intellettuale, civile e autobiografica, inaugurando una stagione irripetibile di autori capaci di raccontare le contraddizioni del Paese.