035 - I Nomadi - Per quando noi non ci saremo


Casa discografica: Columbia
Anno: 1967
Produttore: Dodo Veroli
Regione: Emilia-Romagna

Per quando noi non ci saremo è l'album d'esordio dei Nomadi, pubblicato nell'aprile del 1967 per la Columbia (marchio distribuito dalla EMI). Nato a Novellara, nel Reggiano, il gruppo guidato dalla voce inconfondibile di Augusto Daolio e dalle tastiere di Beppe Carletti compie qui il grande salto: da complesso beat di provincia a coscienza critica della gioventù italiana.

A guidare l'operazione in cabina di regia c'è il produttore Dodo Veroli, figura chiave di quel periodo che intuì le enormi potenzialità di unire le sonorità beat/folk-rock anglosassoni con testi di profondo impegno civile. E il collante autoriale di questo miracolo artistico è un altro emiliano: Francesco Guccini, a tal punto legato al progetto che, non essendo ancora iscritto alla SIAE nel 1966, dovette far depositare due brani (Noi non ci saremo e Noi) sotto altri nomi, Tony Verona e il maestro Mansueto Deponti con lo pseudonimo "Pontiack".

Il disco è un vero e proprio manifesto generazionale e politico. Si apre con l'irresistibile jingle-jangle di chitarre alla Byrds di Per quando noi non ci saremo (brano apocalittico e pacifista scritto da Guccini e Beppe Carletti — recitato, curiosamente, non da Daolio ma dal doppiatore milanese Luigi Paoletti, mai accreditato in copertina) e snocciola una serie di pietre miliari assolute: dalla sferragliante Come potete giudicar (cover italiana di The Revolution Kind di Sonny Bono, primo vero successo del gruppo) all'inno contro ogni guerra e conformismo Dio è morto, un testo di Guccini che all'epoca fece scandalo — tanto da essere bloccato dalla censura RAI — ma che paradossalmente fu trasmesso proprio da Radio Vaticana, e secondo la tradizione apprezzato dallo stesso Papa Paolo VI.

I Nomadi evitano la trappola del motivetto leggero e mettono in musica il disagio, la spiritualità inquieta e le speranze di una generazione in tumulto, fondendo la melodia popolare italiana con le strutture del folk-rock acustico ed elettrico — non senza qualche incursione quasi psichedelica, come nello strumentale Baradukà.

Perché è fondamentale?
Perché rappresenta l'atto di nascita del "cantautorato prestato al gruppo beat". Con questo disco i Nomadi, grazie anche alla penna illuminata di Guccini e alla produzione di Dodo Veroli, dimostrano che la musica dei giovani può farsi carico di grandi temi politici ed esistenziali, unendo le piazze, i juke-box e la poesia civile.

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