028 - The Rokes - Che mondo strano
Casa discografica: ARC
Anno: 1966
Produttore: Ennio Melis
Regione: Internazionale / Lazio
Dopo aver scompaginato le classifiche italiane con singoli al fulmicotone, The Rokes — la band inglese trapiantata in Italia guidata da Shel Shapiro — pubblicano nel 1966 il loro terzo album per la ARC (etichetta costola della RCA). Che mondo strano cristallizza la formula d'oro del gruppo: un beat melodico ma muscolare, impreziosito da chitarre elettriche taglienti, arrangiamenti sofisticati e da quel peculiare accento anglofono che rese Shapiro e compagni dei veri e proprio idoli generazionali. Il nome del gruppo, tra l'altro, fu inventato proprio dal chitarrista Johnny Charlton (letteralmente significa "scorie metalliche"): un'etichetta italiana li aveva ribattezzati così dopo il primo, fallimentare 45 giri come Cabin Boys, e sotto quel nome si guadagnarono presto una residenza fissa al mitico Piper Club di Roma.
Anche in questo lavoro la scaletta raccoglie e amplifica il successo dei 45 giri che spopolavano nei juke-box della penisola. Il disco si apre con capolavori assoluti come È la pioggia che va (adattamento magistrale di Remember the Rain firmato da Mogol) e prosegue sfoderando una serie di perle formidabili tra cui Se io fossi povero, la splendida versione italiana di If I Were a Carpenter di Tim Hardin — con una curiosità da collezionisti: sull'etichetta originale del vinile, per un errore mai corretto, l'autore fu indicato come "Rubin" anziché Hardin — la beat-ballad malinconica della title track e la graffiante Ride On, scritta interamente di pugno dallo stesso Shel Shapiro.
La forza dei Rokes, qui all'apice della loro macchina creativa, risiedeva nella capacità di fondere la lezione della British Invasion (The Beatles, The Kinks, The Hollies) con la cantautoreria e la sensibilità pop italiana. La precisione millimetrica della sezione ritmica di Mike Shepstone e Johnny Charlton, unita al basso pulsante di Bobby Posner e alla voce inconfondibile di Shapiro, dava alla musica un respiro internazionale che pochi altri complessi nostrani potevano vantare. Brani come Bambina, Non far finta di no e Il treno delle 7.10 scorrono via con una freschezza formidabile, alternando momenti di pura energia elettrica a delicate aperture melodiche.
