031 - The Rokes - Che mondo strano

 

Casa discografica: ARC
Anno: 1966
Produttore: non indicato
Regione: Regno Unito / Lazio

Dopo aver scompaginato le classifiche italiane con vere e proprie hit, The Rokes — la band inglese trapiantata in Italia guidata da Shel Shapiro — pubblicano nel 1966 il loro terzo album per la ARC (etichetta costola della RCA). Che mondo strano cristallizza la formula d'oro del gruppo: un beat melodico ma muscolare, impreziosito da chitarre elettriche taglienti, arrangiamenti sofisticati e da quel peculiare accento anglofono che rese Shapiro e compagni dei veri e proprio idoli generazionali. Il nome del gruppo, tra l'altro, sarebbe un termine tecnico per "scorie metalliche": un'etichetta italiana li aveva ribattezzati così dopo il primo, fallimentare 45 giri come Cabin Boys, e sotto quel nome si guadagnarono presto una residenza fissa al mitico Piper Club di Roma.

Rispetto all'altro complessi inglese trapiantato in Italia in quegli stessi anni — i Primitives di Mal Ryder, più ruvidi, più debitori del rhythm and blues e del garage — i Rokes scelgono una strada decisamente più melodica e "beatlesiana": le canzoni sono ben confezionate, curate nella scrittura e negli arrangiamenti, con un gusto per la melodia che li avvicina più ai Beatles che al soul anglosassone (la critica li ha qualche volta indicati come i "Beatles italiani").

Il disco è anche un documento fedele dello spirito del tempo: filtra la temperie generazionale di quegli anni — la voglia di protesta, i raduni informali nelle piazze (gli stessi ritrovi spontanei di "capelloni" che animavano Piazza di Spagna a Roma), i temi tipici della canzone generazionale beat. Un aspetto interessante, che emerge con chiarezza ascoltando l'intero disco, è che i brani in italiano funzionano quasi sempre meglio di quelli in inglese, dove il gruppo appare più incerto e meno a proprio agio. È un dato che dice qualcosa di importante sulla vera natura dei Rokes: la loro forza non stava nel tradurre semplicemente il repertorio anglosassone in italiano, ma nell'essere riusciti a entrare a pieno titolo nel clima beat italiano, scrivendo canzoni che suonano autenticamente italiane (nonostante la pronuncia). 

Il disco si apre con capolavori assoluti come È la pioggia che va (adattamento magistrale di Remember the Rain firmato da Mogol) e prosegue sfoderando una serie di perle formidabili tra cui Se io fossi povero, la splendida versione italiana di If I Were a Carpenter di Tim Hardin e la graffiante Ride On, scritta interamente di pugno dallo stesso Shel Shapiro. Altri brani come Bambina, Non far finta di no e Il treno delle 7.10 scorrono via con una freschezza formidabile, alternando momenti di pura energia elettrica a delicate aperture melodiche.

Perché è fondamentale?
Perché dimostra che l'ibridazione linguistica e culturale del beat italiano non era solo un'operazione commerciale di superficie: nelle mani giuste, come quelle dei Rokes, poteva produrre un pop di altissimo livello, capace di risultare più convincente e più "vero" proprio nella lingua d'arrivo che in quella d'origine.

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