028 - Matteo Salvatore - Il lamento dei mendicanti
Casa discografica: I Dischi del Sole
Anno: 1966
Autore: Matteo Salvatore
Regione: Puglia
Nel 1966, la pubblicazione de Il lamento dei mendicanti segna una netta cesura nella carriera di Matteo Salvatore e nella percezione della musica popolare italiana. Se fino a quel momento il cantautore di Apricena era stato inquadrato dal mercato discografico tradizionale come un interprete di folclore pittoresco (ma a torto, come la caratura di Brutta Cafona del 1963 dimostra), l'ingresso nel circuito de I Dischi del Sole (l'etichetta legata al Nuovo Canzoniere Italiano) restituisce alla sua opera la sua tragica e reale dimensione narrativa.
Il disco è più ampio e stratificato di quanto la sola title track lasci immaginare: accanto alle cronache più dure sulla condizione dei braccianti (Padrone mio ti voglio arricchire — caso paradossale di canto "fedele" al padrone, non di ribellione — Lu furastiero dorme la notte sull'aia, Lu polverone), convivono cronache paesane come Il pescivendolo, canti devozionali (Il giorno dei morti, San Michele del Monte) e persino un canto attribuito al padre di Matteo, Evviva la Repubblica, di aperto spirito antifascista: l'album, nel suo insieme, ha una connotazione politica e militante esplicita, non solo una tensione sociale implicita nei fatti raccontati.
Accompagnandosi unicamente con la sua chitarra acustica — suonata con uno stile ritmico e armonico del tutto originale, quasi percussivo e non accademico — Salvatore dà voce a un'umanità marginale, piegata dalla fame e dallo sfruttamento latifondista. Il brano che dà il titolo all'album resta il vertice assoluto del disco: uno studioso lo ha descritto come "un inquietante grido trattenuto", capace di sembrare "arrivare a noi dalle viscere del passato" — un reperto quasi archeologico di un mondo di fame e miseria altrimenti cancellato dalla storia ufficiale.
L'impatto culturale dell'opera non sfugge agli intellettuali dell'epoca. Fu Italo Calvino a riconoscere in lui l'unico vero autore capace di inventare parole e musiche per i diseredati del Sud, differenziandolo dai tanti ricercatori ed etnomusicologi che si limitavano a raccogliere e rielaborare i canti tradizionali in modo filologico. In questo LP, Salvatore non si pone come un archivista, ma come un testimone oculare: canta la povertà nera perché l'ha vissuta sulla propria pelle. Sarà, insieme al cofanetto Le quattro stagioni del Gargano (Amico, 1973), l'opera che lo consacrerà definitivamente come grande poeta e cantastorie della cultura popolare italiana.

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