023 - I Camaleonti - The best records in the world

 

Casa discografica: Kansas
Anno: 1966
Produttore: Miki Del Prete e Domenico Serengay
Regione: Lombardia

The Best Records in the World (pubblicato dalla Kansas, etichetta gravitante nell'orbita del Clan Celentano) è l'album d'esordio de I Camaleonti. Nonostante il titolo in inglese un po' sbruffone, il disco non è composto da materiale inedito concepito come album, ma è di fatto una tempestiva e formidabile raccolta dei 45 giri che avevano appena lanciato la band nell'Olimpo dei "capelloni" italiani.

La formazione dell'epoca è guidata dal carisma e dalla voce graffiante del fondatore Riki Maiocchi (che proprio alla fine del 1966 lascerà il gruppo per tentare la carriera solista, venendo poi sostituito da Mario Lavezzi). La formula magica del disco è la quintessenza del fenomeno Beat nel nostro Paese: prendere i grandi successi del rhythm and blues e della British Invasion e riadattarli in italiano, spesso indurendo i suoni con chitarre elettriche e ritmiche martellanti.

Scorrendo la scaletta, troviamo adattamenti micidiali. I Rolling Stones vengono saccheggiati con maestria in Come mai (versione di Get Off of My Cloud), affiancata da I capelloni, rilettura di Over and Over dei Dave Clark Five. Ma ci sono anche Io lavoro, che riprende il classico We Gotta Get Out of This Place degli Animals, Non sperarlo più (da If You Gotta Go, Go Now di Bob Dylan), Se ritornerai (da Norwegian Wood dei Beatles), e il trionfo corale e trascinante di Sha... la la la la (portata al successo internazionale dai Blendells). 

Vale la pena spendere due parole su questa pratica della cover tradotta, che oggi può sembrare un ripiego ma non lo è affatto: fare shake, twist e beat in italiano era la norma per i gruppi di quegli anni, non un'operazione minore rispetto allo scrivere materiale originale. Era, di fatto, l'unico canale attraverso cui il pubblico italiano — senza accesso diretto alla musica anglosassone — poteva ricevere certi suoni, certe armonie, certi arrangiamenti: solo perché il testo era in italiano, quei suoni riuscivano a entrare davvero nelle case e nei juke-box di provincia. È una funzione di traduzione culturale, prima ancora che musicale, che ha silenziosamente abituato l'orecchio italiano al linguaggio del rock e del beat, ponendo le basi (remote, ma reali) per tutto quello che sarebbe arrivato dopo.

Chiedi chiedi, invece, nonostante suoni perfettamente in linea con queste sonorità d'importazione, è in realtà un brano originale firmato dallo stesso Del Prete insieme a Beretta e Suligoy — un dettaglio che dimostra come i Camaleonti sapessero anche produrre in proprio materiale capace di reggere il confronto con le grandi hit straniere.

Il vero capolavoro concettuale del disco, tuttavia, è Portami tante rose. I Camaleonti prendono un classicone strappalacrime e tradizionale del 1928 (scritto da Bixio e Galdieri) e lo trasformano in una cavalcata beat elettrica e irriverente. È il brano che sintetizza al meglio il conflitto generazionale di quegli anni: i ragazzi che si appropriano della musica dei loro genitori per stravolgerla e farla propria.

Perché è fondamentale?
Perché è uno dei manifesti più puri ed energici dell'età dell'oro del Beat italiano. Fotografa il talento ruvido della primissima formazione de I Camaleonti e dimostra con quanta foga l'Italia stesse assimilando e traducendo la rivoluzione musicale d'oltremanica e d'oltreoceano grazie alla cover e ai brani inediti di queste band.