020 - Bruno Lauzi - Lauzi al cabaret

Casa discografica: CGD
Anno: 1965
Arrangiamenti: Franco Tadini
Regione: Liguria

Si tratta del primo vero e proprio album in studio di una delle voci più anomale e geniali della scuola genovese, pubblicato dalla CGD nel dicembre del 1965. Se i colleghi Bindi, Paoli e Tenco esploravano l'esistenzialismo e le ombre dell'anima, Bruno Lauzi decide di prendere una strada tutta sua, unendo l'intelligenza del cantautorato ligure con la vivacissima e sfrontata scena del cabaret milanese, dove si stava facendo le ossa. Arriva a questo debutto sulla lunga distanza già ben rodato: alle spalle un 45 giri inciso con lo pseudonimo "Miguel e i Caravana", un EP che conteneva già Il poeta (definita dallo stesso Lauzi "la mia prima e più bella canzone"), altri nove singoli — tra cui l'evergreen Ritornerai, scritta in appena un quarto d'ora — e persino un'apparizione a Sanremo con un anacronistico valzer musette, in piena epoca beat.

Con la produzione e gli arrangiamenti curati dal maestro Franco Tadini, Lauzi al cabaret fotografa alla perfezione la doppia anima dell'artista: quella dello chansonnier malinconico e quella del cabarettista cinico e sornione. Il vinile originale è diviso in maniera piuttosto netta: il lato A si apre con Gli acrobati — oggi riconosciuta come un piccolo capolavoro misconosciuto, di sorprendente modernità testuale e musicale — seguita da La banda, Menica, menica (un amaro bozzetto di provincia dal sapore quasi leopardiano) e dagli standard americani in lingua originale.

Sul lato B brilla in modo accecante Il poeta, uno dei capolavori assoluti della musica italiana, con cui Lauzi chiude i conti in maniera definitiva e dolorosa con l'illusione romantica. Accanto a questo vertice, troviamo bozzetti urbani, amari e nostalgici come Il casermone (una vera e propria "murder ballad", probabilmente ispirata a un fatto di cronaca reale) e Vecchio paese, in cui la sua scrittura si fa affilatissima.

Ma è quando il disco vira sull'intrattenimento puro che emergono le sorprese più folli. Oltre a proporre standard in lingua originale — testimoniati da I'm Thirsty for Kisses e When I Met Connie in the Cornfield, che ribadiscono il suo enorme amore viscerale per il jazz e lo swing d'oltreoceano — Lauzi incastona in chiusura una vera perla. Il brano Garibaldi altro non è che una strepitosa e insospettabile cover del celebre standard americano Fever (portato al successo da Peggy Lee); Lauzi l'ha spogliata e ci ha cucito sopra un testo italiano umoristico che racconta, a ritmo di contrabbasso e schiocchi di dita, un'esilarante biografia dell'Eroe dei Due Mondi, con tanto di accenni alle imprese di Anita e Nino Bixio.

Perché è fondamentale?
Perché fissa su vinile la natura bifronte di Bruno Lauzi, capace di farti sorridere un attimo prima e di spezzarti il cuore un attimo dopo. Questo disco è il ponte perfetto tra l'intimità tormentata della scuola genovese e l'ironia teatrale e dissacrante del nascente cabaret musicale.