019 - I Gufi _ Il cabaret dei Gufi

 

Casa discografica: Columbia
Anno: 1965
Produttore: non indicato
Regione: Lombardia

Se il loro esordio Milano canta (uscito nello stesso anno) aveva mostrato il lato più devoto alla tradizione popolare meneghina, Il cabaret dei Gufi mette finalmente in chiaro di che pasta siano fatti davvero questi quattro artisti. Pubblicato il 20 settembre 1965 dalla Columbia, il loro secondo album è una bomba a orologeria a metà tra canzone, satira di costume, umorismo nero e puro teatro. Il gruppo, del resto, era nato appena l'anno prima quasi per caso: fu una cena al locale Capitan Kid, vicino al Duomo, organizzata dalla fidanzata di Lino Patruno, Didi Martinaz, a mettere in contatto Patruno e Nanni Svampa; il quartetto si completò con Roberto Brivio e con il mimo Gianni Magni, aggiunto su consiglio dello stesso Brivio. Il debutto ufficiale, con il nome "Gufi" (perché "uccelli che di notte non dormono mai"), avviene al Derby Club di Milano nell'autunno 1964 — proprio negli stessi anni e negli stessi locali (Cab '64, Nebbia Club, Lanternin) in cui si muovevano Jannacci, Gaber e Cochi e Renato, con cui i Gufi condividevano spesso i palchi estivi di Castiglioncello.

Scorrendo la scaletta, emerge in modo dirompente una delle anime più originali e rivoluzionarie del gruppo: l'umorismo nero. La penna e l'estro del "cantamacabro" Roberto Brivio dominano letteralmente l'album, regalandoci gioielli di cinismo assoluto come Il cimitero è meraviglioso, Cipressi e bitume, Si può morire e l'irresistibile A Contentely Bechin Story, un surreale ibrido in cui il musical americano viene trascinato nella vita quotidiana dei becchini.

Ma la forza dei Gufi (non a caso ribattezzati all'epoca "i Beatles del cabaret italiano") sta nell'incastro perfetto di quattro personalità diversissime. Accanto all'anima macabra di Brivio c'è la satira di costume fulminante: un brano storico come Io vado in banca fotografa in modo tragicomico e modernissimo l'alienazione e le piccole, grigie aspirazioni dell'impiegato borghese — e non è un caso, perché nasce da un episodio autobiografico dello stesso Nanni Svampa, laureato in Economia alla Bocconi su spinta del padre e per un periodo davvero prossimo a un impiego bancario prima di scegliere la musica. I Teddy Boys prende in giro le subculture giovanili del periodo, mentre pezzi come Il neonato, La ballata di li mammi e La ballata di li casalinghe mostrano la loro capacità di creare bozzetti teatrali fulminei.

Tutto questo non starebbe in piedi se non ci fosse una carrozzeria musicale di prim'ordine. Il jazz, il blues e il banjo di Lino Patruno ("il cantamusico", l'unico del gruppo a saper davvero suonare la chitarra), uniti all'ispirazione "brassensiana" di Nanni Svampa ("il cantastorie"), creano il tappeto sonoro perfetto per le acrobazie vocali di Gianni Magni ("il cantamimo", di famiglia circense) e le oscurità di Brivio.

Perché è fondamentale?
Perché è il disco che codifica ufficialmente il "cabaret musicale" in Italia all'interno di un 33 giri. I Gufi dimostrano che la canzone non deve per forza essere rassicurante o romantica: fondendo jazz, umorismo nerissimo, dialetto e teatro, aprono una strada inedita e geniale nel nostro panorama musicale.