017 - Enzo Jannacci - La Milano di Enzo Jannacci

 

Casa discografica: Jolly
Anno: 1964
Produttore: non indicato
Regione: Lombardia

Con La Milano di Enzo Jannacci, uscito nel 1964, ci troviamo davanti al primo vero album solista del "Dottore". È un disco cantato interamente in dialetto milanese che, fin dal titolo, ci sbatte in faccia le sue intenzioni: raccontare una città che non è affatto quella scintillante del boom economico. La Milano di Jannacci è fatta di nebbia, osterie, balordi di periferia, disperati e gente che fatica ad arrivare a fine giornata. Il disco mette in fila dodici canzoni (molte già rodate su 45 giri nei mesi precedenti) che sembrano veri e propri cortometraggi. Sul retro copertina è presente la bella presentazione firmata dallo scrittore Luciano Bianciardi, che aveva scoperto Jannacci vedendolo dal vivo al Teatro Gerolamo: tra i due nascerà un legame che andrà avanti negli anni, fino a quando Bianciardi lo trasformerà in un personaggio del suo romanzo "Aprire il fuoco" (1969).

Il personaggio principale è, inevitabilmente, quello di El portava i scarp del tennis. È la storia di un senzatetto innamorato che vive di espedienti e finisce per morire all'Idroscalo sotto un mucchio di cartoni, nell'indifferenza totale dei passanti. È un racconto crudo, in cui lo sgangherato umorismo di Jannacci si ferma all'improvviso per lasciare spazio a una compassione disarmante. Come sottolinea la Treccani, è proprio qui il colpo di genio: raccontare gli "irregolari" mescolando continuamente comicità e tragedia. Il titolo, tra l'altro, non è casuale: Jannacci raccontò più volte di essere stato lui stesso rifiutato da ragazzo all'ingresso di un circolo del tennis lombardo, in quanto "povero ragazzo di periferia" — le scarpe da tennis del barbone diventano così, senza bisogno di dirlo apertamente, il simbolo di chi resta sempre fuori dal cancello. Il verso "roba minima... roba de barbon" è così entrato nel linguaggio comune al punto da dare il nome a "Scarp de' tenis", la storica rivista di strada venduta ancora oggi dalle persone senza dimora a Milano.

Ma attenzione, il disco non è solo El portava i scarp del tennis. Brani come Andava a Rogoredo, M'hann ciamaa, Prendeva il treno e T'ho compraa i calzett de seda mettono in piedi una galleria di personaggi indimenticabili. E in mezzo a questi "poveri cristi", Jannacci piazza due gioielli d'autore pazzeschi: Quella cosa in Lombardia (con testo di Franco Fortini e musica di Fiorenzo Carpi) e Ma mi (scritta da Giorgio Strehler e Carpi — è l'unica canzone che Strehler abbia mai scritto in vita sua — già portata al successo da Ornella Vanoni nel 1959), che porta dentro l'album lo spirito fierissimo della Resistenza milanese.

Jannacci arriva a questo disco dopo la gavetta nel cabaret e le storiche collaborazioni con Giorgio Gaber (I Due Corsari) e Dario Fo, che firma il testo di due brani dell'album: un dettaglio che la dice lunga su quanto questo disco nasca a cavallo tra musica e teatro milanese di quegli anni. Queste esperienze si sentono tutte: per lui la canzone non è solo melodia, è teatro. Si recita, si balbetta, si urla. Eppure la sua ironia non serve mai ad alleggerire la pillola. Al contrario, è l'arma segreta con cui riesce a parlare di povertà assoluta ed emarginazione senza mai salire in cattedra a farti la morale.

Perché è fondamentale?
Perché qui Jannacci mette a fuoco la "sua" Milano definitiva: un po' sgangherata, grottesca, a tratti esilarante ma capace di spezzarti il cuore. Dà voce e dignità agli ultimi, inventando di fatto un modo di fare canzone d'autore che in Italia, semplicemente, prima non esisteva.