014 - Matteo Salvatore - Brutta cafona. 12 canzoni folcloristiche pugliesi
Casa discografica: Galleria del Corso
Anno: 1963
Produttore: non indicato
Regione: Puglia
Nel 1963 Matteo Salvatore ha già alle spalle quasi dieci anni di incisioni e di attività come cantastorie. Brutta cafona. 12 canzoni folcloristiche pugliesi, pubblicato dalla Galleria del Corso, è il suo primo 33 giri. Il titolo lo presenta come un disco di puro folklore, ma la definizione va presa con estrema cautela: Salvatore interpreta la tradizione pugliese, soprattutto quella del Gargano, ma è egli stesso l'autore di moltissime delle ballate che canta. Inizialmente, per farsi accettare dai circoli intellettuali, Salvatore non rivelava di essere l'autore di questi brani, spacciandoli furbescamente per canti popolari del Trecento o del Quattrocento per fare bella figura.
È proprio questa la sua grandezza. Salvatore parte dalla lingua, dai ritmi e dai personaggi della cultura popolare e li trasforma in racconti spesso comici, irriverenti, ma anche durissimi. Dietro il tono apparentemente leggero ci sono la miseria, il lavoro, la fame, i rapporti fra uomini e donne, l'emigrazione e le disuguaglianze. La sua esperienza personale pesa moltissimo: nato ad Apricena, nel Foggiano, in una famiglia poverissima (il padre facchino, la madre che si fingeva mutilata per chiedere l'elemosina), aveva conosciuto direttamente la povertà, zappando la terra e vivendo la fame più nera prima di affermarsi. Analfabeta per tutta la vita, imparò a suonare la chitarra da ragazzo grazie a un vecchio musicista cieco del paese, Vincenzo Pizzicoli, con cui girava le finestre a portare serenate per arrotondare qualche soldo; emigrato poi a Roma, si mantenne per un periodo come posteggiatore nelle trattorie, dove fu notato e lanciato anche grazie a Claudio Villa. Fu Italo Calvino, rapito dalla sua assoluta autenticità, a consacrarlo coniando la celebre frase: «Le parole di Matteo Salvatore noi le dobbiamo ancora inventare».
La canzone che dà il titolo all'album è un esempio perfetto del suo modo di raccontare. Brutta cafona è una storia di amore, offesa e risentimento, cantata con un linguaggio volutamente crudo e popolare. Ma nel repertorio di Salvatore l'ironia non è mai soltanto divertimento: le sue ballate mettono spesso in scena personaggi marginali e situazioni di difficoltà, lasciando emergere una feroce critica sociale che non ha bisogno di dichiararsi apertamente politica. L'Enciclopedia Treccani ha infatti individuato nella sua opera una caratteristica tipica della poetica dei cantastorie: raccontare drammi e ingiustizie mantenendo una certa distanza narrativa.
C'è poi la voce. Salvatore accompagna il canto con un tocco di chitarra inconfondibile, passando con grande naturalezza dai registri più profondi e ruvidi a un falsetto improvviso, con reminiscenze quasi arabo-mediterranee, trasformando la voce stessa in uno strumento teatrale. Non cerca mai la pulizia della musica leggera: il suo canto conserva qualcosa di sporco e immediato, come se la canzone stesse nascendo in quel momento davanti a un pubblico di piazza. È una strada diversissima da quella percorsa nello stesso periodo dai cantautori di scuola genovese o milanese, ma altrettanto decisiva — tanto che, decenni dopo, un ammiratore come Vinicio Capossela lo definirà "il più grande cantore sullo sfruttamento" della canzone popolare italiana.
