008 - Maria Monti - Recital
Casa discografica: RCA Italiana
Anno: 1961
Produttore: non indicato
Regione: Lombardia
Con Recital, il suo primo vero 33 giri, Maria Monti porta in sala d'incisione un'atmosfera che fino a quel momento si respirava solo nei piccoli teatri e nei fumosi cabaret milanesi: una canzone che non vuole essere semplicemente cantata, ma recitata e vissuta. I brani sono intervallati da brevi spoken word e interventi parlati della stessa Monti — le note di copertina, firmate dal produttore RCA Vincenzo Micocci, li descrivono proprio come "presentazioni ad opera dell'artista" — creando l'illusione perfetta di un piccolo, intimo spettacolo dal vivo nel salotto dell'ascoltatore. Ascoltandoli con attenzione si coglie il registro ironico di questi intermezzi: Monti finge un tono candido e si scusa in anticipo per canzoni che sa già saranno divisive — un espediente teatrale, non un vero imbarazzo, che anzi acuisce il contrasto con la spregiudicatezza dei testi che seguono. L'accompagnamento è scarnificato all'essenziale: c'è Giorgio Gaber (all'epoca anche suo compagno di vita) alla chitarra acustica e il fedele Pallino Salonia al contrabbasso, una scelta che lascia in primissimo piano la voce, la mimica vocale e il peso specifico delle parole.
È un disco di una modernità impressionante per l'Italia del 1961, tanto da essere ricordato ancora oggi come uno dei primi (se non il primo) dischi apertamente "femministi" della musica leggera italiana. La seconda canzaone è Vetrine, tagliente ritratto del consumismo nascente, seguita subito da Dormi piccino: firmata da Umberto Simonetta (insieme a Bertolazzi) — lo stesso autore che di lì a poco scriverà con Gaber La ballata del Cerutti, capostipite della canzone della mala milanese — il brano racconta con sarcastico realismo un bambino lasciato solo in casa mentre il padre è fuori a consumare un furto: una delle punte più dure e meno "canzonettistiche" del disco. Il resto della scaletta conferma questa vena: La filanda documenta senza filtri lo sfruttamento delle operaie, anticipando di anni il folk politico; Il funerale mette in scena una vedova alle prese con un lutto tutt'altro che composto e stereotipato; Vergogna, Non sa nuotare e La corriera giocano invece con l'assurdità del quotidiano. In Zitella cha-cha-cha, dietro il ritmo falsamente spensierato, si nasconde il ritratto amaro di una donna che fa i conti con la solitudine imposta dalle convenzioni sociali — brano che Monti stessa ha definito, decenni dopo, un esercizio di autocritica sugli uomini della sua vita.
Poi c'è il sodalizio con Gaber, che intreccia questo disco alla nascita della grande canzone d'autore. Non arrossire (testo di Mogol e della stessa Monti, musica di Gaber e Davide Pennati) è una delle gemme dell'album, mentre Sono le nove segna uno dei primissimi, storici capitoli della collaborazione tra Giorgio Gaber e Sandro Luporini. È il ritratto di un'altra Milano, sideralmente lontana dai salotti eleganti della musica leggera: una città fatta di periferie, nebbia, pendolari e antieroi. Monti stessa, anni dopo, ha rivendicato con orgoglio proprio i brani di questo disco bocciati dalle radio dell'epoca, come La nebbia e La mosca (quest'ultima musicata da Gino Paoli).
Monti non è ancora la "pasionaria" della canzone politica che diventerà nei decenni successivi — svolta che arriverà pochi anni dopo con Le canzoni del no, sequestrato per la canzone antimilitarista La marcia della pace — ma in questi solchi c'è già tutta la sua essenza: una donna brillante che osserva la società e la sferza con un sarcasmo implacabile. Non è un caso che, nello stesso anno, si presenti a Sanremo proprio con Gaber cantando Benzina e cerini, brano scritto da un allora esordiente Enzo Jannacci, portando l'irriverenza del cabaret sul palco più istituzionale d'Italia (arriveranno ultimi in classifica).
